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Marketing per avvocati: cosa si può fare online e cosa vieta il Codice deontologico

Aggiornata il 7 ottobre 2026 · Redazione Inpulsio

Avvocato al lavoro su alcuni documenti nel proprio studio

Molti avvocati rinunciano a farsi conoscere online perché temono di violare la deontologia. In realtà la pubblicità informativa è ammessa da tempo, con qualunque mezzo: quello che conta è come si comunica. Ecco cosa dicono le regole, in pratica, e come impostare il marketing dello studio senza rischi inutili.

La pubblicità dell'avvocato è ammessa: cosa dicono le regole

La legge professionale forense (legge 247/2012, art. 10) consente all'avvocato di dare informazioni sulla propria attività, sull'organizzazione dello studio, sulle specializzazioni e sui titoli. Le informazioni devono essere trasparenti, veritiere e corrette, e non possono essere comparative con altri professionisti, equivoche, ingannevoli, denigratorie o suggestive.

Il Codice deontologico forense riprende questi principi all'art. 35, "Dovere di corretta informazione". Dopo la modifica del 2016 il comma 1 parla di informazioni date "quali che siano i mezzi utilizzati": sito, motori di ricerca, social network e annunci a pagamento sono quindi strumenti leciti, purché il contenuto rispetti le regole e il decoro della professione.

Cosa si può comunicare e cosa no (art. 35)

In concreto, una comunicazione corretta dello studio rispetta alcuni punti fermi:

  • indicare sempre il titolo professionale, la denominazione dello studio e l'Ordine di appartenenza;
  • descrivere le materie trattate, i servizi e l'organizzazione dello studio in modo fedele;
  • usare il titolo di specialista solo se conseguito secondo le regole previste;
  • non fare confronti con altri studi e non usare frasi come "il migliore" o "vittoria assicurata";
  • non indicare i nomi di clienti o parti assistite, nemmeno con il loro consenso;
  • non promettere esiti: l'obbligazione dell'avvocato è di mezzi, non di risultato.

Il limite più importante: l'accaparramento di clientela (art. 37)

L'art. 37 vieta di acquisire clienti tramite agenzie o procacciatori o con modi non conformi a correttezza e decoro, e vieta di offrire o pagare a colleghi o a terzi provvigioni o altri compensi come corrispettivo per la presentazione di un cliente o per ottenere un incarico.

Sono vietati anche l'offerta di omaggi o vantaggi per ottenere incarichi, la proposta delle proprie prestazioni a domicilio, nei luoghi di cura o di detenzione e in altri luoghi di riunione, e l'offerta non richiesta di una prestazione personalizzata, cioè rivolta a una persona determinata per un affare specifico. La violazione comporta la censura.

La differenza da tenere a mente è tra informare chi cerca un avvocato e andare a cercare il singolo cliente. Un annuncio su Google mostrato a chi scrive "avvocato separazione" risponde a una ricerca fatta dalla persona; un messaggio non richiesto a chi ha appena avuto un incidente è un'altra cosa. Allo stesso modo, pagare un servizio pubblicitario è diverso dal pagare una percentuale per ogni cliente portato: prima di affidarsi a un fornitore conviene leggere bene come è costruito il compenso e, nel dubbio, chiedere un parere al proprio Ordine.

Gli strumenti online che funzionano per uno studio legale

Chi ha un problema legale oggi cerca su Google, legge, confronta e poi contatta. Gli strumenti più utili sono quelli che intercettano questa ricerca:

  • un sito chiaro, con materie trattate, sede, recapiti e i dati obbligatori dello studio;
  • annunci sui motori di ricerca per le parole che usano le persone, per esempio "avvocato divorzio Bologna";
  • una pagina dedicata a ciascuna materia, con le domande che i clienti fanno più spesso;
  • un canale di contatto semplice, come WhatsApp o un modulo breve, con risposta rapida;
  • articoli informativi che spiegano scadenze, costi e documenti da preparare.

Errori frequenti da evitare

Gli errori più comuni non riguardano lo strumento ma il messaggio: slogan elogiativi, recensioni di clienti riconoscibili, promesse di risultato, prezzi simbolici usati come esca, confronti con altri colleghi. A questi si aggiungono gli errori pratici: campagne su materie troppo strette o zone troppo piccole, che portano pochi contatti, e richieste lasciate senza risposta per giorni.

Un buon marketing per avvocati è sobrio, preciso e costante: dice cosa fa lo studio, per chi e dove, e rende facile il primo contatto.

Domande frequenti

Un avvocato può fare pubblicità su Google e sui social?

Sì. L'art. 35 del Codice deontologico forense ammette l'informazione sull'attività professionale con qualunque mezzo, purché sia veritiera, corretta, non comparativa, non ingannevole e non suggestiva.

Un avvocato può indicare i prezzi delle sue prestazioni?

Le informazioni sui compensi sono possibili se chiare e corrette. Non sono ammesse offerte a prezzi simbolici o formulazioni pensate per attirare il cliente in modo suggestivo, e il preventivo va comunque concordato sul caso concreto.

Cosa si intende per accaparramento di clientela?

È l'acquisizione di clienti tramite agenzie o procacciatori, il pagamento di provvigioni per la presentazione di clienti, l'offerta di omaggi o vantaggi per ottenere incarichi e la proposta non richiesta di prestazioni personalizzate. È disciplinata dall'art. 37 e comporta la censura.

Si possono pubblicare le recensioni dei clienti sul sito dello studio?

Con molta cautela. Il Codice vieta di indicare i nomi dei clienti, anche con il loro consenso, e le testimonianze elogiative rischiano di essere suggestive. Le recensioni lasciate spontaneamente su piattaforme esterne, come Google, sono un caso diverso.

Questa guida ha finalità informative e non sostituisce il parere di un professionista o del proprio Ordine sul caso concreto.

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